Incontra Dawood

Posted June 30

Giorno: 293

Distanza percorsa: 40.552 km

Sogetti ritrovati: 80


Avevo l’abitudine di cercare indovinare, a propisoto dei soggetti che stavamo cercando, quali sarebbero stati facili e quali difficili da trovare. Su Daoud, l’imam malesiano, non avrei potuto essere più lontano dala verità.

Lo troveremo facilmente, mi ero detto. Troveremo la moschea, quindi troveremo l’uomo.

Questo era otto mesi e mezzo, otto nazioni e 34.721 km fa.

Inoltre, il suo nome non è Daoud, ma Dawood, non è malesiano (almeno non di nascita), e non è neanche un imam. Dalla moschea ci avevano portato al suo ufficio di cambio valute, per dirci che era tornato a casa, nell’estremo Sud dell’India.

Appena ottenuti i nostri visti indiani a Katmandu, io e Moreno abbiamo raggiunto Dawood in cinque giorni di duro viaggio, con il tratto più lungo e più difficile di tutto il nostro percorso. È stata una lotta contro il tempo: Dawood ci aveva detto che sarebbe tornato in Malesia per il Ramadan, il mese islamico di digiuno, ma non ci aveva detto esattamente quando avrebbe preso l’aereo.

Attraversando il confine nepalese, io e Moreno abbiamo preso i biglietti per il primo treno da Gorakpur a Chennai, due delle città indiane che apprezzo meno.

Avevamo le posizioni 498 e 499 in una lista d’attesa. Per chi non avesse esperienza con le ferrovie indiane, il sistema delle liste d’attesa funziona così: non funziona affatto. Non c’è limite al numero di persone che possono salire su un treno.

Io e Moreno abbiamo trascorso 43 ore intrappolati nell’ascella sudata di un treno senza aria condizionata, con ventilatori rotti, luci malfunzionanti, bagni allagati e metà della popolazione indiana.

Due o anche tre corpi stavano stesi su ogni piccola branda. Si incastravano sul pavimento sudicio, pendevano dalle scale, stavano stipati contro il soffitto. Volti scuri e insonni guardavano imperlati di sudore, con occhi che luccicavano nel buio.

A Chennai, dopo qualche ora di sonno sacrosanto, ci aspettava un altro tratto in treno, di otto ore.

Io e Moreno ci siamo trovati al limite dell’esauimento, ad un terminale ferroviario senza nessuna stanza disponibile. Abbiamo fatto mattina su bus locali, fino al villaggio dove, ci avevano detto, avremmo potuto trovare Dawood.

Siamo scesi dall’ultimo bus alle 5 del mattino, era il primo giorno di Ramadan ed eravamo ad un passo dalla moschea del villaggio, dove erano appena iniziate le preghiere. Dawood non c’era. Alcuni degli abitanti erano a loro volta in affari nel cambio di valute, e lo conoscevano, ma quello non era il suo villaggio.

Qualcuno diceva che Dawood era in India, altri che era andato in Malesia. Abbiamo chiamato il suo numero indiano: nessuna risposta. Io e Moreno siamo risaliti su un bus.

Cinque ore dopo, completamente distrutti, abbiamo preso un ennesimo bus verso un’altra città dove, ci dicevano, avremmo trovato il nostro uomo. Avevamo un disperato bisogno di una doccia, di riposo e di un luogo dove lasciare gli zaini, ma in quel luogo dicevano che l’albergo più vicino era a 18 km di distanza.

Un altro bus ci ha lasciato ad un incrocio polveroso in mezzo al nulla, senza hotel in vista.

Ma finalmente Dawood ha risposto al telefono. Era a pochi minuti di distanza, felice di incontrarci anche immediatamente. Io e Moreno abbiamo scordato gli alberghi e ci siamo precipitati sul primo ape-taxi lì dove eravamo.

Dawood ha una famiglia in bilico fra due nazioni.

Suo padre lavorava in Malesia nel 1957, al tempo dell’indipendenza del Paese, e aveva ottenuto la cittadinanza malesiana. Anche Dawood ha potuto acquisirla, ma a prezzo di quella indiana.

Sua moglie e una delle sue figlie sono nate in India, un’altra figlia in Malesia. Dawood e la sua seconda figlia ora vivono nella loro India nativa grazie ad una serie di visti temporanei.

Ho portato con me il ritratto di Dawood dal Canada alla costa occidentale degli Stati Uniti e poi attraverso l’Oceano Pacifico. L’ho portato attraverso l’Asia per almeno dieci mesi e 40.000 km, prima di regalarlo finalmente a lui.

Inutile dirlo, la stampa non era in condizioni impeccabili.

Dawood era addirittura sorpreso di avermi concesso uno scatto. Ha indicato la cicatrice che scorre dalle tempie alle labbra, un souvenir dalla Malesia.

Tornando a casa solo dalla moschea, una notte, Dawood ha trovato tre ladri armati di pistole e pugnali accanto alla sua attività di cambio valute. Oltre a tagliargli il volto, lo hanno pugnalato alla schiena e gli hanno rubato 30.000 ringgit, ma Dawood è riuscito a scappare dalla finestra con i soldi.

Quell’esperienza lo ha avvicinato ancora di più  alla fede islamica, e ha iniziato a fare volontariato nella moschea locale dove l’ho fotografato quasi sei anni fa.

Dawood, 58 anni, ormai in pensione, ci ha domandato quale fosse la nostra prossima destinaizone. Per la prima volta in dieci mesi, semplicemente non lo sapevamo: la nostra ricerca era finita. Dopo aver viaggiato lungo una rotta più complicata del previsto, con grandi deviazioni per la ricerca di M, P e Dawood, io e Moreno avevamo percorso il doppio dei 20.000 km previsti.

Dawood ci ha offerto tutta l’ospitalità della sua casa, un piatto caldo, una doccia fredda e un letto confortevole, e noi non potevamo che accettare.

“Una piccola domanda” ha detto Dawood “Qual è il senso della vita?”

Questa settimana sono stato intervistato da John Bardos per Jet Set Citizen. Potete leggere l’intervista qui.

La ricerca sarà anche finita, ma The Human, Earth Project continua. Per seguire le nostre news, iscrivitevi qui.

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